UNICT nell'era Priolo. Il nepotismo ad Agraria: non si fermano nemmeno davanti ai morti del Covid

Aggiornamento: giu 9

L'Università di Catania, ahi noi, è un luogo irredimibile. E spiace dirlo.

Dopo la diffusione delle intercettazioni a livello di opinione pubblica planetaria - i quotidiani stranieri a proposito dello scandalo catanese hanno titolato “Feudi familiari accusati di aver contaminato le università italiane” (“The Indipendent”), “La corruzione nei pubblici uffici piaga dell'Italia”, (“The Guardian") , "Clientela e 'disprezzo' nel reclutamento universitario” (“Le Monde”), “Il nepotismo nelle università italiane” (“The New York Times”), “Nelle università italiane un vero sistema di corruzione” (Deutchlandfunk) - dopo le dimissioni e le misure interdittive verso i docenti capi dell'associazione a delinquere accademica (la Procura aveva chiesto inizialmente gli arresti) e dopo il consolidamento dell'impianto accusatorio (con i gravissimi reati di corruzione, falso, concussione, turbata libertà del procedimento, abuso di ufficio) al processo di "università bandita", pensavamo che l'ateneo si sarebbe dato una calmata, o quanto meno che, per il futuro, si sarebbe contenuto nelle illegalità. O meglio che chi ne aveva ereditato la gestione e la guida avrebbe controllato con solerzia e puntiglio affinché certi abusi non avvenissero più o fossero limitati, dopo l'umiliazione, l'onta e la vergogna pubbliche. Recentemente, infatti, la ministra Messa, in una video intervista a "Repubblica", aveva addirittura dichiarato che il nuovo rettore, lo scienziato Priolo, di sicuro sarebbe riuscito a risanare l'immagine dell'ateneo, devastata dagli abusi del potere degli anni scorsi.

Purtroppo la realtà, amara, vergognosa e triste, dice ben altro. La nostra non è una congettura ma ne abbiamo le prove.

D'altronde cosa si può mai sperare da un ateneo che per anni ha fatto del reclutamento a mo' di postificio, senza regole, senza pianta organica, senza limiti di budget, senza rispetto per il decoro, la sua unica ragione di vita? Cosa ci si può attendere da un ateneo paragonabile ad un panificio che vende pane tossico, merce avariata e che, stando a tutte le più importanti classifiche, nazionali e internazionali, in particolare in settori come giurisprudenza, scienze umanistiche, economia, medicina, etc risulta nelle posizioni più basse che si possa immaginare? Cosa ci si può mai aspettare da un ateneo che mette in servizio un'architetta in un posto di storia contemporanea o chiama un docente di diritto non a giurisprudenza ma a scienze umanistiche?

Eppure - e credeteci se ve lo diciamo - quello che continua ad accadere tra le mura dell'istituzione catanese, ancora oggi, mentre sono in corso le udienze del processo al Tribunale di Catania, con il rettore e il ministero che non si costituiscono parte civile nonostante i giudici li abbiano individuati come principali parte lese, ha veramente dell'incredibile, supera la più fervida fantasia del lagher o del film dell'orrore in ambito di pratiche accademiche.

E a rivelarcelo sono persone in carne ed ossa, docenti, ricercatori, personale tecnico-amministrativo, studenti che agiscono sotto copertura perché hanno paura di subire ritorsioni nel denunciare certi abusi che sono noti a tutti nei corridoi e nelle aule dell'ateneo, ma che nessuno ha il coraggio di dire. Come biasimare queste persone, d'altronde, dopo aver letto cosa dicevano e facevano certi docenti nei confronti di chi osava presentarsi ai concorsi ritagliati per i predestinati ("vediamo chi sono questi stronzi che dobbiamo schiacciare") o di chi osava non ritirare un ricorso ("ha pestato la merda adesso se la piange...lo distruggeremo").

Or dunque, sapete cosa è accaduto ancora ad UniCT? Non crederete ai vostri occhi nel leggere quello che stiamo per scrivere.

Proprio mentre il Paese, in piena emergenza durante la fase acuta della pandemia "Covid", contava i morti, con le bare che non trovavano sistemazione nei cimiteri e con i carri blindati dello Stato che li riportavano indietro, impossibilitati a dare sepoltura ai defunti delle migliaia di famiglie italiane colpite dal dramma più funesto. Proprio mentre nell’aprile 2020 un decreto presidenziale (il cosiddetto “blocca Italia” di Conte) bloccava qualsiasi forma di vita associativa, di assembramento, e come tale fermava per legge tutti i concorsi nella pubblica amministrazione, per causa di "forza maggiore". Ebbene volete veramente sapere cosa faceva l'ateneo di Catania, o meglio la sua dirigenza, con il nuovo rettore appena insediato? Pensava bene di usufruire della possibilità insita nelle maglie del decreto il quale dava la possibilità, guarda caso, solamente agli atenei, di continuare a svolgere le selezioni ai concorsi ma solo a quelli in modalità telematica. E pensava bene di proseguire, senza ritegno, quella programmazione che la Procura, nel caso degli anni precedenti, analizzando le dinamiche di centinaia di concorsi, ha definito "criminogena", parlando di "un mondo desolante e squallido". L'ateneo a guida Priolo, infatti, avrebbe continuato imperterrito a commettere irregolarità, per favorire gli amici e, in questo caso specifico, direttamente i parenti dei docenti. In barba ai cittadini, ai morti e alle più elementari regole del buon senso, dell’etica pubblica e perfino della stessa legalità. Diremmo perfino del decoro. E chissà per quanti altri bandi di borse di ricerca potrebbe essere accaduta la stessa identica cosa, tenuto conto del mancato “aggiornamento” del regolamento dell'ateneo alla legge Gelmini, per un lungo lasso di di tempo, contro i casi di nepotismo.

Eh sì, amici, proprio di questo stiamo parlando. Ovvero della pratica, diffusissima soprattutto in tanti atenei del Sud, e in particolare proprio a Catania, del nepotismo accademico, cioè di quei docenti che, magari dopo aver fatto studiare i propri "rampolli" fuori perché consapevoli del bassissimo livello scientifico del loro ateneo, quando tornano iniziano a brigare per sistemarli e trovargli un posto nell’accademia locale.

La ricordate la storia raccontata nel libro dell'economista Roberto Perotti “Università truccata” a proposito dell’ateneo di Bari che per decenni è stato letteralmente colonizzato da alcune poche famiglie che si sono spartite posti nella stessa facoltà, nello stesso dipartimento, nello stesso settore scientifico, in certi casi con lo studio nello stesso corridoio o piano? O il nepotismo all'ateneo di Messina, con più del 50% dei docenti con almeno un parente all'università? O, come fotografava, con sferzante ironia, l'esilarante film di Lipari "Tuttaposto", che descriveva esattamente la triste realtà, quella vera, non della fiction, dell'ateneo etneo, documentata poi dall'inchiesta giudiziaria?

Ebbene, forse alcuni di voi non lo sanno, ma un po’ di tempo fa (2010) una legge chiamata Gelmini ha cercato di porre rimedio a questo fenomeno tipico italiano di sfrenato e sconcertante familismo amorale, di becera devastazione morale, di clientelismo familistico allo stato brado, che umilia i cittadini e che dovrebbe fare vergognare tanti, troppi docenti dell’università italiana. Per questa ragione un articolo specifico di quella legge, per esattezza l’art. 18 primo comma lettera c) è chiarissimo. A tutti i contratti dell’università, a qualsiasi titolo, si applica il divieto, in particolare l’incompatibilità fra candidati e docenti dello stesso dipartimento legati da uno stretto grado di parentela o di affinità fino al quarto grado compreso. Ovviamente fatta la legge trovato l’inganno si dice. Dunque i docenti si sono subito affrettati al cambio di dipartimento del parente stretto, dove viene messo a bando il concorso in modo tale da aggirare il vincolo della legge, per poi magari tornare allo stesso dipartimento dopo aver vinto il concorso. In poche parole una truffa morale, seppure perfettamente lecita.

Ma all’ateneo di Catania la realtà, si sa, supera sempre la più fervida fantasia. E come ben capite la misura appare davvero colma ormai. Infatti, dopo parecchi anni dalla approvazione della legge Gelmini (e di quell’articolo sull’incompatibilità), l’ex rettore Basile ha addirittura teorizzato, come si evince dalle intercettazioni del processo, la prassi della colonizzazione familistica dell’ateneo (e più in generale di tutte le istituzioni che contano nella città) da parte di alcun famiglie, l’élite che si spartisce l’ateneo e il potere. Tanto è vero che fui lui stesso a istruire il nuovo direttore generale, venuto da Bicocca, dicendogli espressamente che per certi candidati (quelli delle “famigghie” appunto) doveva essere chiamato l’art. 24 ovvero una chiamata diretta, cioè senza la comparazione del concorso.

Voi direte, a questo punto, che siccome l’associazione a delinquere accademica di “università bandita” (definizione nella procura di Catania) sarebbe stata sgominata (ed i suoi vertici sono tuttora a processo in questi giorni) adesso nell’era del nuovo rettore Priolo questo tipo di scempio e di spartizione familistica non esiste più. Ma nemmeno per idea. La realtà dice, purtroppo, che la nuova guida e le clientele che l’hanno eletta avrebbe incistato nell’ateneo la stesse dinamiche e gli stessi metodi dei predecessori. Il rettore stesso, come documentato in una sua mail all'atto dell'insediamento, sembra essere impegnato a mandare avanti gli accordi presi in precedenza sul versante del reclutamento. Di certo Priolo, pubblicamente, appare tutto preso a pubblicizzare l'ateneo (spingendo i docenti e i ricercatori ad emularlo), a fare un’azione propagandistica di restyling, a vantarsi di quanto sarebbe “ggiovane”, come con la pubblicità del logo (marchio) o quella del nuovo codice etico - in realtà vecchissimo perché semplice e banale accorpamento di due documenti del 2014 e del 2015, atti dovuti e obbligatori per la solita legge Gelmini e per il dpr 62/2013 (come dimostra il link). Un codice fantasma perché mai applicato con procedimenti disciplinari di sospensione dei docenti corrotti e a processo, docenti che hanno calpestato e umiliato nella storia passata e recente l’ateneo catanese. Mentre il codice etico fantasma, o gli uffici per la legalità e la trasparenza (andare a denunciare anonimamente da whistleblower un reato all'ateneo di Catania sarebbe come un agnellino che va direttamente nelle fauci del lupo), vengono sbandierati ai quattro venti, la realtà dei fatti dice che si continua ad abusare come se nulla fosse. Nulla di nuovo sotto il sole, dunque. In che senso? Ve lo spieghiamo subito, documentazione alla mano.

Cosa è accaduto, dunque, nello specifico all'ateneo di Catania?

Il protagonista di questa nuova storia di nepotismo nell’era Priolo è il professore SALVATORE BARBAGALLO (che nelle intercettazioni agli atti del processo avrebbe contribuito a suggellare, insieme ad altri, il passaggio di consegne della famosa fascia di capitano dell’associazione a delinquere accademica da Pignataro a Basile). Il suddetto docente, ordinario di idraulica e sistemazioni idraulico-forestali al dipartimento di Agraria, nonché presidente del nucleo di valutazione dell’ateneo (un organismo che ha come compito di attestare la rispondenza delle attività svolte dall’ateneo rispetto alle richieste annuali provenienti dall’Anac in tema di obblighi di pubblicazione, trasparenza e diffusione di informazioni secondo il d.lgs 33/2013), non ha ritenuto di dover segnalare in alcun modo al rettore, né agli uffici competenti, l’opportunità di aggiungere nei bandi per le borse su progetti di ricerca, l’incompatibilità sul nepotismo sancita dalla legge 240/2010.

Ora vi chiederete tutti la ragione per cui il professor Barbagallo si sia così platealmente distratto. Ebbene, la risposta pare fornirla un decreto firmato dal rettore Priolo che alleghiamo (nel link).

Come risulta da questo documento in nostro possesso, infatti, il dottor Fabiano Barbagallo è risultato vincitore di una borsa di ricerca di 8 mila euro, il cui responsabile scientifico è il professore Cirelli (relatore della sua tesi di laurea magistrale, ma fin qui nulla di nuovo o di trascendentale) e - udite udite - il cui responsabile scientifico del progetto generale indovinate chi è? No, non è un omonimo, è proprio lui, il professore Salvatore Barbagallo.

Prima di dare conto di questa notizia che ci è pervenuta da più fonti (dall'ateneo di Catania, dal dipartimento di Agraria, dal comune di Acireale) - per dovere di garantismo - abbiamo fatto i doverosi riscontri, perché sinceramente stentavamo a crederci. Ebbene il professor Barbagallo risulterebbe essere lo zio di Fabiano, per l'esattezza quest'ultimo sarebbe il figlio del fratello.

Come se non bastasse, a dimostrazione del più totale disprezzo delle regole sulla trasparenza e sulla pubblicità delle procedure richieste alla pubblica amministrazione, all’ateneo di Catania non solo continuano ad agevolare borse di ricerca ai parenti dei docenti, cosa illegale, ma non è nemmeno possibile riscontrare sul sito web (come si evince chiaramente dai link in fondo all’articolo) i nominativi dei candidati e dei vincitori, tra gli studenti, di borse di studio (con un fantomatico metodo di ID numerico al posto del nominativo, per la privacy, non si capisce bene di che, quando non si tratti di casi di grave malattia). Quindi questa prassi del nepotismo potrebbe essere in uso tuttora non solo per le borse di ricerca, dunque per gli assegnisti, i borsisti, i ricercatori e gli studiosi, ma anche per gli studenti imparentati con i docenti.

Come ben capite questa vicenda Barbagallo è di una gravità inaudita, che lascia sgomenti per la sicurezza di impunità e la mancanza di decoro, con il processo di "università bandita" in corso. Appare come uno schiaffo morale verso la cittadinanza e verso la stessa magistratura che indaga.

Che il docente si dimetta dal suo incarico al nucleo di valutazione, per decoro. Ciò detto, se ciò non avvenisse, chiediamo al rettore di intervenire immediatamente sul docente, chiediamo alla ministra di intervenire sul rettore, e chiediamo infine a ministra e rettore di farla finita con le fandonie o con i sorrisi ipocriti e di costituirsi parte civile al processo di "università bandita", come atto dovuto nei confronti delle vittime dei concorsi e per il bene della cittadinanza e della stessa istituzione universitaria. Inoltre avvisiamo fin d'ora la Procura affinché riscontri con cura la sussistenza di eventuali reati da parte dei diversi protagonisti, dal caso specifico al mancato adeguamento del regolamento di ateneo alla legge nazionale.

Sono in gioco le sorti dell’università italiana di fronte all’opinione pubblica e alla comunità scientifica internazionale. E questo è un “gioco” molto più grande di loro, di questi docenti, purtroppo. Ci rivolgiamo invece agli studenti e diciamo: chiedete a gran voce un vero cambiamento in questo ateneo, a tutti i livelli, dal reclutamento, all'offerta didattica, dalla vita negli spazi dell'università ad un maggiore coinvolgimento e diritto di partecipazione alla governance. Oppure, in caso contrario, evitate di iscrivervi in un luogo che tutto ha, al momento, tranne che l'immagine della scienza, della cultura, del sapere. L'Università di Catania, ahi noi, è un luogo irredimibile. Cari studenti, care famiglie, cari cittadini, ribellatevi a questo vergognoso e immorale stato di cose. Prima che sia troppo tardi. Ne va del vostro futuro!


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