Regasto al Fatto: "Le proposte di IV sugli atenei fanno rimpiangere la Gelmini"

L'articolo del collega di "Trasparenza e Merito", il Prof. Francesco Saverio Regasto, ordinario di Diritto pubblico comparato, pubblicato sul "Fatto quotidiano" del 30 gennaio 2020.


"Dopo aver letto e riletto la considerazione n. 42 (Università e ricerca) sul Recovery Plan elaborata da Italia Viva, ho capito che il sistema universitario italiano non solo non ha un presente, ma non ha un futuro. E' oggetto di continue quanto strampalate proposte di riforma, volte a imitare altri Paesi, a non tener conto della realtà attuale e della nostra storia, soprattutto di quel che accade e che finisce puntualmente nelle cronache giudiziarie (concorsi truccati e condanne per reati gravi). Eppure un partito di sinistra, fino a ieri nella coalizione di governo, riesce, con un artificio retorico degno della peggiore tradizione politica (tutte le proposte sono in realtà "celate" da finti interrogativi che nascondono una volontà distruttiva dell'Università pubblica) a elencare tali e tante mostruosità politiche e giuridiche da rendere persino più digeribile l'attuale contesto fondato sulla legge Gelmini.

Non vi è un interrogativo che possa essere condiviso e , come ho detto quando si trattò di analizzare la riforma costituzionale che porta il nome del leader di quel partito, registro seri problemi nell'uso della lingua italiana. Infatti ci si domanda se sia opportuno "togliere l'Università dal diritto amministrativo?", che intuisco voglia significare e assecondare la richiesta di molti Rettori di escludere gli Atenei dalla lista delle Amministrazioni pubbliche e rendere inapplicabili tutte le disposizioni (codice degli appalti, selezioni di personale, ecc.) che riguardano, appunto, il settore pubblico (e non il diritto amministrativo in sé). Suona strano che fior di giuristi che dirigono quel partito siano incappati in un errore concettuale così elementare e stona che la soluzione ai problemi della corruzione nel mondo accademico (come le inchieste di Firenze e di Catania dimostrano) passi attraverso la "privatizzazione" e l'esclusione dei responsabili dal novero dei pubblici ufficiali: una sorta di "liberi tutti".

Vi è poi la proposta, di stampo liberista, di designazione dei Rettori da parte di un Consiglio di amministrazione. La proposta è così grottesca e ridicola, mutuata come è dalle Università private, che non meriterebbe alcun commento, se non quello di rimarcare che l'autonomia costituzionale dagli Atenei passa, simbolicamente, per il diritto a darsi non solo ordinamenti autonomi (gli Statuti), ma anche per la capacità di autogoverno (che si traduce nella possibilità di elezione dei propri organi). La finalità di un Ateneo non è il profitto, bisognerebbe ricordare a questi signori, bensì la creazione, libera e consapevole, di cittadini in possesso di conoscenze e competenze di altissimo profilo. L'istruzione, come la sanità, appartiene alla sfera del "diritto", non a quella del "profitto".

Vi è poi l'idea, spesso ribadita negli ambienti più conservatori, dell'abolizione del valore legale del titolo, dalla quale consegue un inasprimento della competizione tra Atenei, con la semplice conseguenza che vedrà le Università delle zone più ricche del Paese eccellere (per la disponibilità di fondi privati e di commesse del tessuto connettivo produttivo locale) e quelle del Sud svuotarsi o trasformarsi in "esamifici" di dubbia utilità.

Ciò che preoccupa è l'assordante silenzio con cui tali proposte sono state accolte nel dibattito accademico, che appare silente o, peggio, complice di una idea sbagliata che rischia di distruggere quel poco che resta di un sistema universitario problematico, fragile, autoreferenziale, ma che garantisce qualità di laureati e competitività della ricerca scientifica.

Sembra una proposta elaborata da chi l'Università non l'ha conosciuta, oppure il frutto avvelenato di un percorso universitario traumatico che ha segnato profondamente i proponenti."


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