La coraggiosa denuncia di Liberati per la trasparenza ai concorsi nella Giustizia amministrativa

Trasparenza nei concorsi, non solo universitari.

“Trasparenza e merito”, che si occupa di segnalare episodi di mala università, vigilando sulla regolarità e la legalità dei concorsi universitari, crede più di ogni altra cosa nella serietà e nella funzione decisiva della Giustizia amministrativa e penale: i Tar, il Consiglio di Stato e i Tribunali ordinari svolgono un ruolo determinante e imprescindibile nella vita del nostro Paese, ovvero far rispettare le regole e le leggi.

Per questa ragione l’Associazione esprime la propria preoccupazione per i gravi accadimenti che hanno coinvolto, in un caso specifico, il Consiglio di Stato, ovvero il massimo organo della Giustizia amministrativa chiamato ad assicurare la trasparenza ed il rispetto delle regole proprio nei concorsi pubblici.

Ci riferiamo al caso che va avanti da anni e che ha coinvolto un consigliere, di cui è stato messo in discussione addirittura il possesso dei titoli per partecipare al concorso per il Consiglio di Stato, che poi ha vinto.

Come riferito dalla trasmissione Report (2011), che è stata addirittura oggetto di una richiesta risarcitoria in giudizio da parte del cons. Roberto Giovagnoli, protagonista del caso in questione, ma che lo ha visto soccombente e ha chiesto invano al Garante per la Privacy e poi ai giudici civili di impedire la divulgazione dei propri titoli, non legittimanti la partecipazione al concorso. Nella sentenza di più di 70 pagine (che troverete nel link sotto), a proporre l’appello nei confronti di Liberati accanto a Giovagnoli fu anche l’ex consigliere Francesco Bellomo, destituito dal suo incarico e cacciato dalla magistratura dopo lo scandalo dei corsi per aspiranti magistrati conditi “dress-code”, minigonne e "contratto" da rispettare.

Né sembra offrire una garanzia la circostanza che la sentenza del Consiglio di Stato sia stata emessa proprio su appello dello stesso massimo consesso giudiziario (!), e che la stessa sia fondata su motivazioni che non hanno precedenti in tema di concorsi pubblici (testualmente: i casi di nullità costituiscono un numero chiuso, di modo che “gli atti concorsuali, alla stregua dei vizi dedotti dall’istante” (…) “non potrebbero comunque essere considerati nulli” (come in particolare richiesto nel I ricorso per motivi aggiunti). Ciò in quanto gli elementi essenziali dell’atto, il cui difetto determina nullità, sono “la forma, il destinatario, la volontà, l’oggetto. Nel caso in esame tutti gli elementi predetti sono presenti e identificabili negli atti impugnati e in particolare nella graduatoria contenente i risultati del concorso”), che confondono la nullità strutturale dell’atto con la nullità sostanziale della nomina per mancanza dei titoli, e che propongono tesi sconfessate dalla giurisprudenza successiva dello stesso Consiglio di Stato (cons. St., sez. V, n.2270/2014).

Tale situazione è stata oggetto di interrogazioni parlamentari, ricorso alla Corte europea e interessamento mediatico, ma allo stato non ha ancora trovato una risposta, ormai da circa 10 anni.

La vita di chi aveva denunciato pubblicamente ben 10 anni fa quelli che, sia il “Fatto quotidiano”, sia “l’Espresso” hanno definito certi “comitati d’affari del sistema giustizia”, ovvero la vita del magistrato Alessio Liberati, ex giudice penale a Locri, poi alla Corte d’appello di Catania, poi giudice del lavoro, giudice amministrativo al Tar e attuale presidente dell’Associazione magistrati italiani (che coinvolge magistrati ordinari, amministrativi e contabili), è totalmente cambiata, a livello lavorativo (con mobbing e procedimenti disciplinari), familiare e personale. Ma il suo coraggio e la forza di combattere le storture del sistema giudiziario a tutela del sistema stesso, della sua integrità e trasparenza nelle procedure, dopo anni, non è cambiata affatto. Adesso con rinnovate energie, accanto a “Trasparenza e merito”.

Nell’intervista alla Gabanelli, Liberati spendeva parole che sono come un déjà vu, in perfetta sintonia e in linea con la battaglia da noi portata avanti a spada tratta:


La battaglia dei candidati è una battaglia innanzitutto difficile perché la giurisprudenza non li aiuta, costosa perché gli avvocati costano, e in ultimo rischiosa, perché chi fa un ricorso al TAR spesso rischia delle ritorsioni o delle preclusioni di carriera. Da quando mi occupo di questi problemi tante persone mi hanno contattato cercando di raccontarmi le loro storie personali e i loro problemi, quello che gli è accaduto e quello che emerge sempre, la frase con cui chiudono queste mail o telefonate è: mi raccomando non faccia il mio nome sennò io sono finito (...) Il mio consiglio è quello di andare sempre avanti di non aver paura perché questi meccanismi poi alla fine favoriscono l’omertà, favoriscono il sistema, questi sistemi si reggono sul silenzio. E' vero che può avere un prezzo personale, però è come il commerciante che si rifiuta di pagare il pizzo, se non si comincia non si finirà mai.


L’Associazione si augura, dunque, che la situazione denunciata possa essere oggetto di immediato intervento volto a rimuovere tale anomalia, essendo inconcepibile, in uno stato di diritto, che proprio coloro che sono chiamati ad assicurare la trasparenza dei concorsi pubblici siano entrati essi stessi, almeno in questo caso specifico, a far parte di tale organo in modo illegittimo.


Guarda la puntata di Report del 15 maggio 2011, i cui ultimi 15 minuti (a partire dal min. 48 e 10 sec.) sono dedicati al caso cui ci si riferisce

Leggi l’articolo dal titolo Così strozzano la magistratura su “L’Espresso” del 7 febbraio 2011

Leggi l’articolo dal titolo Mattarella promuoverà il giudice sotto inchiesta? su “Il Fatto quotidiano” del 5 dicembre 2018

Leggi la sentenza integrale del Consiglio di Stato




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