Fatto Quotidiano: "Bari, il concorso infinito. Dieci anni per un posto"

Aggiornato il: 2 set 2019

L'odissea di una donna e un bando da ricercatore sempre da rifare. Dal 2009, lettere, ricorsi e processi (a rischio prescrizione). L'articolo di Francesco Casula sul "Fatto quotidiano".

"Può durare anche dieci anni un concorso all'Università di Bari per l'assegnazione di un posto da ricercatore. Un decennio segnato da due sentenze del Tribunale amministrativo, tre del Consiglio di Stato e addirittura due procedimenti penali. Un periodo nel quale nelle commissioni giudicatrici i membri si dimettevano uno dietro l'altro, costringendo l'ateneo a comporle e ricomporle più e più volte. Una vera e propria guerra di carte bollate che ancora oggi non è conclusa. Tutto comincia nel lontano 2009 quando l'ateneo barese bandisce il concorso per un posto da ricercatore nella facoltà di Economia e commercio nella sede distaccata di Taranto. Tra i corridoi si sussurra che i giochi siano fatti, giungono "consigli" di lasciar perdere. La donna, però , registra tutto e denuncia: parte un procedimento penale che oggi pende in primo grado dinanzi al tribunale ionico e sembra destinato a chiudersi con la prescrizione, come la Bruno spiega in una lettera aperta inviata al ministero dell'Istruzione in cui afferma che "il tempo perso per le lungaggini della giustizia penale, purtroppo, sembra avviare inesorabilmente il processo del binario morto della prescrizione", ponendo così "una pietra tombale sulle ansie, sulle attese individuali e familiari, sui diritti calpestati , sul desiderio di giustizia". Anche la Bruno viene denunciata, ma le accuse cadono in fretta: per il tribunale il fatto non sussiste. La battaglia legale serve a poco: la commissione indica vincitore proprio il candidato dato per favorito nei corridoi. Inizia così anche uno scontro legale: il Consiglio di Stato demolisce l'operato dell'università affermando che la commissione è riuscita a "sovvertire il diverso peso dei titoli di ricerca esibiti da ciascun candidato". Che vuol dire? Innanzitutto che la commissione non ha tenuto conto del voto di laurea dei due candidati premiando quello che aveva conseguito 99 su 110 invece della Bruno che aveva ottenuto 110 e lode. Poi a suscitare "ampie perplessità" nei magistrati c'è anche la valutazione "dei cosiddetti soggiorni di studio all'estero" trasformati in titoli di preferenza. Insomma per il massimo organi della giustizia amministrativa, l'assegnazione è "inattendibile" e una nuova commissione con una "più attenta valutazione" dovrà stabilire chi ha il diritto di ottenere quel posto da ricercatore. L'ateneo è costretto ad obbedire con nuove commissioni, ma i docenti si rifiutano, si dimettono, sembrano quasi scappare da quel compito. L'impressione è che abbiano paura. Nel 2014 infatti l'allora rettore nomina una nuova commissione, ma a causa di altri cavilli procedurali, finite nelle aule di tribunale, la procedura viene riattivata solo un anno dopo. Passano mesi e addirittura anni fino a quando una nuova commissione decide sulla vicenda: ad aprile 2017 vince nuovamente la controparte e la Bruno ancora una volte ricorre alle vie legali. Nel 2019 Tar e Consiglio di Stato le danno ragione spiegando che anche questa volta la commissione ha erroneamente assegnato dei titoli all'uomo per delle pubblicazioni fatte in realtà dopo la scadenza del termine per la presentazione delle domande. Insomma, è tutto da rifare. A distanza di dieci anni , quel posto non è ancora stato assegnato definitivamente. Una commissione dovrà riunirsi e valutare. A patto che qualcuno accetti."

Ora, di fronte all'ennesima storia del genere, fatta di lungaggini giudiziarie, di irregolarità e abusi, di coperture a livello di ateneo, di omertà e complicità da parte di commissari, non si può rimanere silenti. Il Miur non può, di fronte alla distruzione della vita e della carriera di una persona, con il rischio della prescrizione dei reati, far finta di nulla, non intervenire, non controllare, non comminare sanzioni, nascondendosi dietro la cosiddetta autonomia degli atenei. E' arrivato il momento di dare una spallata chiara, fortissima, a questo sistema di connivenza che copre chiari abusi di potere.


Leggi l' articolo del "Fatto quotidiano" del 23 agosto 2019



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