Camon su "Il Piccolo": mafia universitaria, uno sguardo nell'abisso

Riportiamo l'articolo illuminante dello scrittore Ferdinando Camon, iscritto tempo fa a "Trasparenza e merito", perché lo condividiamo per filo e per segno. Non c'è da aggiungere altro.


"Non capisco perché il nuovo scandalo mafioso dell'università lo chiamino "paramafioso". Come per dire che mafioso non è. E' mafioso. Leviamo il quasi, la mafia universitaria è mafia a tutti gli effetti. E stavolta il caso riguarda, come ha raccontato questo giornale, 66 docenti, di cui 44 nella sola Catania, che dunque è l'epicentro del fenomeno, e 22 in altre 14 università, sparse per la nazione: ci sono Milano, Venezia, Verona, Padova, Bologna, Napoli, Trieste, Pescara...

Sono indagati rettori illustri e insospettabili. Ce n'è uno che, prendendo possesso del suo ufficio, due-tre anni fa , entra accompagnato dal rettore in scadenza, si guarda intorno e fa: "Naturalmente, avrai bonificato l'ambiente dalle cimici". Cioè, avrai controllato che non ci siano microspie e registratori nascosti. Con ciò dando per scontato che il suo predecessore combinasse pastrocchi e illegalità, e si cautelasse dalle intercettazioni. Ma la direzione di una università deve per forza essere una sede di intrallazzi fuori legge? L'università è il più alto livello di insegnamento, forma la classe dirigente del paese, se intrallazzano lì vuol dire che intrallazzano in tutti gli altri livelli, non c'è scampo. Essenzialmente , gli intrallazzi della mafia universitaria consistono nell'assegnare le cattedre a chi non le merita, ma a parenti o amici (...) Nelle intercettazioni di questi mafiosi universitari saltano fuori frasi come questa: "Mettiamoci d'accordo e schiacciamoli". Se veramente ha detto "schiacciamoli", dovrebbe bastare per espellerlo dalla professione per tutta la vita. Quando scopri un'azione mafiosa, in realtà ne scopri quattro-cinque, perché il mafioso che adesso fa un piacere a un amico, con ciò acquista il diritto di chiedere lo stesso piacere la prossima volta, e così le azioni mafiose non sono una linea che percorre l'università, ma sono una rete che la imprigiona. Come Totò Riina, questi mafiosi trasmettono le richieste più compromettenti con i pizzini, non si fidano nè del telefono nè delle email. Concorsi per associati, incarichi, dottorati, assegni di ricerca, tutto o quasi tutto è pre-assegnato. Non serve il merito. Serve la raccomandazione. Se un posto è per il raccomandato Tizio, che ha scritto tre pubblicazioni, ma si presenta Caio , che ne ha scritte dodici, la commissione stabilisce che il numero massimo delle pubblicazioni è tre. E' un insulto all'intelligenza. Perché funziona? Perché la mafia universitaria non viene estirpata una volta per tutte? Perché a questo punto gli estirpatori dovrebbero estirpare anche se stessi. C'è una colpa dello Stato nella permanenza della mafia universitaria. Una colpa, e cioè un interesse."


Leggi l'articolo cartaceo di Ferdinando Camon su "Il Piccolo" del 30 giugno 2019



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