Scirè al Fatto: "Mala Università, dal mondo accademico un silenzio assordante"

Le inchieste sui concorsi negli atenei si susseguono a ritmi spaventosi (Catania, Roma, Firenze, Milano). Il ricercatore siciliano Giambattista Scirè, intervistato da ilfattoquotidiano.it nella rubrica "Giustizia di Fatto" (diretta da Antonio Massari), parte della sua esperienza personale, dall'attività dell'associazione Trasparenza e Merito e dal libro Mala università (Chiarelettere) per elencare i mali che affliggono il mondo universitario.


di Saul Caia | 7 OTTOBRE 2021

Le università italiane finiscono sempre più spesso sotto processo, falcidiate da contenziosi interni e inchieste giudiziari che vedono imputati rettori, docenti ed accademici. L’ultimo caso è l’indagine della procura di Milano che coinvolge 24 docenti di diversi atenei, accusati di presunte irregolarità nelle iscrizioni a numero chiuso delle facoltà di Medicina, per le assunzioni di docenti e di assistenti e dirigenti ospedalieri. L’indagine meneghina è ancora in corso, le accuse formulate dagli inquirenti restano ancora da dimostrare.

Due settimane fa, è stato condannato in abbreviato per abuso d’ufficio il professore e pro-rettore dell’università di Catania Giancarlo Magnano di San Lio, a un anno e due mesi (pesa sospesa), mentre gli ex rettori etnei Francesco Basile e Giacomo Pignataro, insieme ad altri 7 capi di dipartimento saranno processati per i presunti concorsi truccati nell’ateneo. Per avere un quadro dell’attuale situazione, Giustizia di Fatto ha pensato di parlarne con il ricercatore siciliano Giambattista Sciré, autore del libro Mala Università (Chiarelettere), in cui mette insieme le molte indagini che hanno travolto le università italiane, partendo dalla sua esperienza personale, la cattedra negatagli nonostante la vittoria del bando e la nascita dell’associazione ‘Trasparenza e merito – L’università che vogliamo’ che dal 2017 si batte contro il sistema.

Giambattista, neanche il tempo di vedere il suo libro in distribuzione, che già si parla del nuovo caso Milano.

Si, vero. L’inchiesta di Milano su Medicina conferma gli stessi meccanismi degli atenei come Catania, Firenze, Roma, Perugia e le dinamiche del sistema di potere che ho descritto nel mio libro, ma con una aggravante: alcuni privilegiati baroni pilotavano i concorsi, dunque le risorse collettive, per fare interessi privati, con un illecito assortimento di denaro pubblico, addirittura in tempi di emergenza Covid con i cittadini in affanno e in grave difficoltà.

Milano, Catania, Firenze, Bologna, Chieti, Messina, Roma sono solo alcuni degli atenei finiti sotto inchiesta. Nel suo libro parla di

‘sistema’: in cosa consiste?

Sono gruppi di potere interni alle università – non in tutti i settori scientifici sia chiaro – che decidono, per anzianità accademica o per ragioni di coperture politiche, di predeterminare tutte le assunzioni. In alcuni casi, come per esempio a Catania e Firenze dove sono stati contestati anche reati gravi come quelli associativi (poi caduto a Catania, ndr), utilizzano un metodo ‘estremo’: un’oppressione sui candidati che devono sottomettersi agli esiti già decisi in partenza. In altri casi invece, sembra essere meno marcato.

Che danno crea all’università?

Intanto è illegale, perché c’è un concorso pubblico che viene aggirato. È una cooptazione clientelare, che prevede un esito che non si basa sulla comparazione. Si crea un duplice danno, da una parte alla produttività scientifica di un’università, perché si rischia di avere un abbassamento del livello scientifico, se i candidati che vincono non sono realmente meritevoli. E questo andrà a svantaggio degli studenti, che iscrivendosi all’università e pagando le tasse, si aspettano di ricevere un certo livello di preparazione.

Perché, pur essendo l’università travolta dagli scandali, nessuno sembra fare nulla. Il freno viene messo dalle autorità e dalla magistratura, ma dentro il mondo accademico sono poche lo voci che parlano di scandalo.

Ha colto un punto importante. Ci si aspetta, anche confrontandosi con il mondo accademico estero, un minimo sussulto di dignità da parte delle istituzioni accademiche italiane, dai rettori e dal ministero, invece c’è un silenzio assordante. Si tende a far finta di nulla, a mettere la polvere sotto il tappeto, e non viene proposto alcun tipo di riforma e autoriforma del sistema universitario, per cercare quantomeno di ridurre al minimo e arginare questi casi di corruzione, come spiega lo stesso Piercamillo Davigo nella prefazione del mio libro.

Cosa si potrebbe fare, per spingere il mondo accademico a prenderne coscienza?

Purtroppo, la maggior parte di coloro che fanno parte del mondo accademico non ha intenzione di modificarlo, essendo essi stessi a usufruire del sistema clientelare. Secondo me, serve una mobilitazione pubblica che venga dalla

cittadinanza e dalla politica, e che spinga il mondo accademico a riflettere con lucidità sullo stato degli atenei italiani.

In queste vicende, la politica sembra non intervenire, perché?

La politica resta miope, ma forse sfugge un elemento: nella storia d’Italia c’è sempre stato un forte legame tra il mondo politico e quello accademico, con interscambi fra i due poli. Basti pensare alla recente nomina a ministro dell’Università e della Ricerca di Gaetano Manfredi (oggi sindaco di Napoli, ndr) che era stato presidente della Crui, la conferenza dei rettori. Quindi il controllore che rappresenta i controllati, gli atenei.

Sulla sua pelle ha vissuto la cattedra negata, e con l’associazione continuiate a denunciare la mala-università, ma le cose sembrano non cambiare. Ne è valsa davvero la pena?

Se parlo dal mio punto di vista, sono stato fatto fuori dal mondo accademico, ho avuto un risarcimento, ma si tratta di qualcosa di irrisorio. Quindi sotto l’aspetto personale potrei dire che forse i risultati sono relativi. Ma se parlo dell’aspetto civico, sono certo di aver fatto la cosa giusta. Per poter incidere sul ‘sistema’ bisogna denunciare. Ma la denuncia in sé non basta: l’idea è proprio quella di associarsi, fare rete insieme, in modo che le denunce siano le più possibili per poter coinvolgere le istituzioni.

Chi denuncia, spesso viene isolato.

Sì, infatti la prima cosa che dico a chi si rivolge alla nostra associazione è che sta facendo una cosa importante a livello civico, ma a livello personale potrebbe avere ripercussioni, perché si può finire isolati ed emarginati. Per questo bisogna fare rete e unirsi. Ci sono stati casi in cui gli atenei non hanno fatto rispettare le sentenze dei tribunali amministrativi. Da soli non si può andare da nessuna parte, ma se si fa una denuncia e la si rende parte di un progetto, con l’aiuto dell’associazione la si fa diventare di dominio pubblico, c’è la possibilità di sovvertire il ‘sistema’. In questo modo, ci sono molti casi di reintegri.

Nel suo libro parla anche della possibile riforma del reclutamento: cosa proponete?

Una limitazione della discrezionalità assoluta delle commissioni, che in alcuni casi è eccessiva e diventa quasi arbitraria. Noi vorremmo limitarla in modo tale

da rendere il concorso davvero competitivo. Per questo proponiamo che sia il ministero a stabilire i criteri e i parametri, secondo una griglia, dei titoli e delle pubblicazioni che i candidati presentano. Limitare il numero dei concorsi, proponendo il ruolo unico della docenza, quindi l’ingresso di una figura universale di ricercatore, e non tanti tipi di ricercatore che creano questo scambio ‘do ut des’ con il ‘sistema’. Vorremmo che non ci fosse divisione tra il professore ordinario e l’associato, che in realtà fanno le stesse cose, ma guadagnano diversamente. Proponiamo di inserire dei premi per chi produce e multe per chi commette abusi, come i commissari ai concorsi. Multe che potrebbero essere estese anche agli atenei: se in un’università sono frequenti i contenziosi, e se poi le sentenze giudiziarie danno torto alle università, si potrebbe penalizzare l’ateneo riducendo il finanziamento ordinario.


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