Università, così il Parlamento ha azzoppato la riforma anti concorsi truccati

Il disegno di legge approvato dalla Camera e al vaglio del Senato reintroduce i candidati e i commissari interni che nella prima versione del testo erano stati esclusi per evitare conflitti di interesse. Un’altra occasione mancata di riformare davvero il sistema. Pubblichiamo l'articolo del "Corriere della Sera" scritto da Stefano Semplici, professore di etica sociale.


"Gli episodi sono ormai troppo numerosi perché si possa continuare a rinviare una riflessione sulla necessità di cambiare radicalmente le regole. Perché sono le regole a orientare il comportamento degli esseri umani e regole sbagliate implicano il rischio che persone serie, responsabili e stimate – e ce ne sono tante anche fra i professori universitari – si trovino in situazioni che portano pericolosamente vicino al limite da non superare.

Il disegno di legge sulle attività e il reclutamento dei ricercatori, approvato dalla Camera il 15 giugno e attualmente all’esame della Commissione Istruzione del Senato, si candida ad allungare l’elenco delle occasioni perdute. Ed è un esempio particolarmente interessante, perché il legislatore era partito concentrandosi sul punto più critico e intervenendo con grande decisione. Già alla Camera, però, era iniziata la «ritirata» rispetto al testo sul quale si era avviata la discussione. E sembra proprio che il Senato si appresti a completare l’opera. Tutti sanno che la «contiguità» accademica fra candidati e commissari, particolarmente forte quando si tratta del rapporto che si definisce «di scuola», magari consolidato in anni di collaborazione all’interno della stessa istituzione, è il generatore di un conflitto di interessi che, pur corrispondendo a una caratteristica naturale e per certi versi preziosa del lavoro universitario, può allungare un’ombra pesante sul presupposto di imparzialità dei commissari. Ed è davvero difficile sostenere che le misure finora introdotte siano state sufficienti a risolvere il problema.

Il testo originario nel quale erano stati unificati numerosi disegni di legge, poi discusso e modificato dalla Camera, introduceva nel sistema attualmente vigente due novità che avrebbero svuotato in modo significativo il serbatoio dei sospetti e delle critiche più comuni: si rendeva impossibile la partecipazione ai concorsi dei candidati «interni» e si optava per il sorteggio integrale per la composizione delle commissioni, all’interno di una banca dati contenente i nominativi dei docenti in possesso di determinati requisiti e seguendo una raccomandazione che si trovava già nella sezione «Istituzioni universitarie» dell’aggiornamento 2017 al Piano Nazionale Anticorruzione .

Il testo che è arrivato al Senato è già fortemente depotenziato per quanto riguarda il primo punto. Le università dovranno semplicemente destinare «almeno un terzo» delle risorse disponibili a posti riservati agli «esterni» (dunque senza alcun obbligo di superare questa percentuale). E c’è un emendamento che propone di scendere da «un terzo» a «un quinto». Gli emendamenti presentati da senatori dei più diversi partiti fanno immaginare un destino analogo anche per il sorteggio. Si va dalla possibilità, per l’università che bandisce il concorso, di nominare almeno uno dei tre (o due dei cinque) commissari a quella di effettuare il sorteggio su una rosa sempre indicata dall’ateneo interessato. Fermo restando che potrà essere «interno» il commissario, oltre al candidato (per i due terzi dei posti messi a concorso). E così tutto resterà più o meno come prima.

I senatori, se dovessero approvare qualcuno di questi emendamenti, potrebbero motivare la loro decisione anche ricordando che questo era uno dei suggerimenti proposti dal Consiglio Universitario Nazionale nella sua adunanza del 28 luglio, a tutela «dell’autonomia che regola il sistema universitario» e per evitare «grandi discrepanze fra le commissioni, per la casuale presenza o assenza di docenti appartenenti alla sede che bandisce la posizione». Una domanda e un dubbio fastidioso sorgono in me spontanei: perché dalla presenza o dall’assenza di docenti «interni» dovrebbero risultare grandi discrepanze nel lavoro delle commissioni? E queste discrepanze potrebbero incidere sul principio di imparzialità? Sarebbe molto più semplice prevedere che non possano esserci commissari interni. In nessun concorso. Oppure riconoscere che il principio di autonomia implica probabilmente una logica e modalità specifiche anche per il reclutamento e aprire un confronto trasparente e onesto fra posizioni diverse ma tutte degne di rispetto. Questa, però, sarebbe un’altra storia."


Leggi l'articolo sul "Corriere della Sera" del 15 ottobre 2021