Repubblica: L'Università di Pescara non cambia giudizio sul concorso, il Tar si rivolge alla Procura

La rivoluzione nella mentalità con cui i candidati approcciano i concorsi universitari e poi contestano gli esiti irregolari, una rivoluzione che l’associazione "Trasparenza e Merito", con i suoi membri e protagonisti, sta portando avanti in maniera estenuante ormai da due anni, inizia a produrre importanti risultati anche sul fronte dell’atteggiamento con cui i tribunali amministrativi affrontano i procedimenti e scrivono le sentenze.

Tempo fa il Tar Veneto, in merito ad concorso per un posto di professore associato in Letteratura francese all’ateneo di Verona, sul quale aveva fatto ricorso il collega e membro dell’associazione Riccardo Benedettini, aveva specificato nella sentenza di accoglimento che la documentazione era contestualmente inviata alla procura competente per valutare se vi fossero possibili reati penali nella condotta della commissione o del dipartimento.

Ebbene la stessa cosa è accaduta, nuovamente, alcuni giorni fa, con la pubblicazione della sentenza del 7 gennaio 2020, a proposito di quello che ormai può essere definito il “caso Rapposelli”.

Agnese, collega e rappresentante di Tra-Me, ha alle spalle una lunga storia di coraggio, tenacia e determinazione nelle procedure di concorso universitario. Negli anni passati aveva contestato, ottenendone l’annullamento, alcune valutazioni delle commissioni per l’abilitazione scientifica nazionale di seconda fascia nel suo settore di competenza, statistica e statistica economica. Successivamente - come documentato su nostro sito - nel 2018, ha ottenuto dal Tar esito favorevole al ricorso da lei presentato al concorso, bandito dall’ateneo di Chieti-Pescara, per un posto di ricercatore a tempo determinato di tipo “a” (ruolo che tuttora svolge). Infine, nel 2019, ha presentato nuovamente ricorso per il bando di un posto di ricercatore di tipo “b” nel medesimo ateneo dove lavora.

Anche in questa occasione i giudici lo hanno accolto, ma la commissione di nuova composizione ha eluso totalmente la sentenza del tribunale. Non solo i giudizi dei commissari si erano contraddistinti per illogicità (ad esempio: sul punteggio eccessivo attribuito ad un semplice intervento ad un convegno del candidato vincitore mentre il punteggio di un assegno di ricerca annuale della ricorrente veniva dalla commissione del tutto sottovalutato; alcune pubblicazioni su riviste di fascia A della ricorrente venivano addirittura omesse nella valutazione della commissione) ma va detto che la stessa composizione della commissione, come ha sottolineato il tribunale amministrativo, non ha rispettato le regole previste dall’Anac e recepite dal Ministero, quindi divenute legge.

Ebbene, nonostante la sentenza favorevole alla ricorrente, la successiva commissione di concorso non solo non ha rivisto il punteggio, ma si è inventata un nuovo parametro di valutazione non previsto dal bando disciplinare, in chiaro contrasto con la disposizione dei giudici, che ha ridotto ulteriormente il punteggio conseguito dalla candidata. Anche per questa ragione il Tar - ed è la seconda volta che accade dopo Verona, creando un importante ulteriore precedente che lascia ben sperare per le prossime sentenze amministrative di altri concorsi illegittimi in giro per gli atenei d’Italia - ha ordinato "la trasmissione degli atti alla Procura della Repubblica presso il Tribunale ordinario per le eventuali valutazioni di propria competenza”, come ha ricordato qualche giorno fa Corrado Zunino in un articolo pubblicato su Repubblica.it (che riportiamo integralmente in allegato).

L’importanza di questa nuova sentenza è che crea un precedente fondamentale riguardo al Piano Anac: come scrivono i giudici, deve essere seguito dagli atenei. Inoltre l'applicazione del testo della sentenza costringerà la prossima commissione di nuova nomina ad attenersi e a non potersi discostare dai dettami dei giudici a differenza di quanto ha fatto l'ultima commissione nominata che ha imvece inserito un ulteriore nuovo criterio in corso d'opera.

Agnese simboleggia il modello di come ogni serio/a studioso/a dovrebbe affrontare la carriera accademica: senza scendere a compromessi con alcun gioco di potere o scambio di favori, ha ottenuto dopo alcuni ricorsi accolti - solo grazie alla costanza del proprio lavoro e alla qualità delle pubblicazioni - l’idoneità all’insegnamento universitario. Poi ha partecipato ad un concorso e, a seguito di sentenza favorevole, lo ha vinto, ma non si è fermata qui. Agnese Ha continuato a presentarsi ai concorsi scombinando i piani di chi predetermina tutto il reclutamento nel suo ateneo e nel suo settore, ed ha nuovamente fatto ricorso al tribunale, ottenendo soddisfazione dalle nuove sentenze e costringendo le commissioni ad attenersi alle regole (come è già accaduto in un recente passato). Ovviamente per poter mettere in atto questo tipo di azione, che deve essere di esempio per tutti, occorre avere grande intelligenza ed equilibrio, occorre scegliere le modalità del contenzioso più efficaci, occorrono nervi saldi, ed in ogni caso l’ambiente accademico circostante mette in atto una pressione enorme e le ritorsioni sono sempre dietro l’angolo. Ma Agnese, supportata da degli ottimi avvocati e dall’azione di pubblica denuncia dell’associazione, ha dimostrato - per usare un gergo ciclistico - di avere polmoni e fiato per proseguire e portare a compimento vittoriosamente questa importante battaglia di legalità, trasparenza e merito.

"Si alza il livello di scontro tra giudici amministrativi e atenei che non eseguono le sentenze - scrive Zunino nel sottotitolo - "Commissione sbilanciata e giudizi illogici, se ne occupi il tribunale".

La decisione dei Tar di alzare il livello dello scontro e di inviare gli atti in procura è davvero molto importante perché rafforza la posizione di chi, come alcuni dei membri di Tra-Me, non ha avuto timore di denunciare e fare esposti in procura in prima persona, dimostrando che molto spesso le irregolarità commesse dalle commissioni comportano anche reati penali. Ed è questa l’unica vera azione che incute timore agli atenei e alle commissioni di concorso, a differenza dell’iter dei procedimenti amministrativi non scalfisce minimamente i colpevoli dei reati, perché tanto alla fine il concorso al massimo viene annullato e rifatto da un’altra commissione valutatrice, e perché gli eventuali risarcimenti di tipo economico vengono pagati non di tasca propria dai responsabili bensì con i soldi della collettività, provocando il danno erariale.

Un grande in bocca al lupo ed incoraggiamento nel proseguire la battaglia va, dunque, ad Agnese Rapposelli che ha aperto una nuova breccia nel muro del reclutamento. Grazie al suo esempio eroico!


Leggi la sentenza del Tar Pescara del 7 gennaio 2020

Leggi l’articolo integrale su Repubblica.it del 12 gennaio 2020



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