Per la Corte dei Conti chi trucca un concorso provoca un danno d'immagine all'istituzione Università

Ieri la Procura generale della Corte dei Conti, a proposito del danno provocato da chi commette reati ai concorsi universitari, condannando i diretti interessati (i fatti risalgono al 2007, la sentenza di condanna del tribunale penale per tentata concussione relativamente ad un concorso universitario è del 2013, per l’ex rettore di Messina e l’ex preside della facoltà di veterinaria) a pagare rispettivamente 24 mila e 20 mila euro per il solo DANNO DI IMMAGINE fatto all’istituzione universitaria in quanto tale, scrive nella sentenza n. 23/A del 23 giugno 2020:

Le gravissime condotte contestate hanno leso gravemente l’immagine dell’Università degli studi di Messina, inducendo nella opinione pubblica la malcelata convinzione della fallacia del sistema di reclutamento dei docenti universitari. Il discredito prodotto nuoce seriamente all’idea di una Istruzione universitaria seria che contribuisca alla formazione spingendo tutti verso una unica stella polare: studiare, crescere, migliorare, ritenendo consapevolmente che il sistema premi i sacrifici fatti, non frustando le legittime aspettative. Per converso, i descritti comportamenti finiscono con l’immiserire le importanti funzioni ricoperte, inducendo la triste convinzione che il sistema di reclutamento sia una oasi infelice, dove il sistema non premi i meritevoli ma soltanto i rapporti parentali, annichilendo così un qualsiasi anelito di imparare, studiare e impegnarsi per raggiungere risultati che restano così semplici miraggi. Il desiderio di frequentare l’Università di Messina per diventare Medico veterinario, nulla a che vedere con il sistema biasimevole di reclutamento per l’accesso al mondo universitario messo in atto; ciò senza contare che l’Università di Messina, in ambito regionale, è l’unico polo universitario per conseguire la laurea in Veterinaria. Orbene, certamente i descritti comportamenti da cui è scaturita la condanna in sede penale degli odierni appellanti hanno avuto una notevole risonanza mediatica, come comprovato inequivocabilmente dalle notizie comparse sui giornali e sui “siti on line”, i cui “link” sono tuttora agevolmente reperibili in rete, con grave discredito dell’Università di Messina.


Nulla da aggiungere alle parole dei giudici, se non una sola frase a commento: chi, dentro il mondo accademico (perché fuori, l’opinione pubblica sa bene come vanno le cose) accusa le vittime degli abusi e non i responsabili dei reati di provocare un danno di immagine agli atenei è servito. Per il resto chi trucca i concorsi, se la denuncia va fino in fondo, d'ora in poi dovrà mettere le mani al portafogli anche per danno d'immagine.


Leggi la sentenza integrale della Corte dei Conti del 23 giugno 2020



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