L'Università di Bari gli negò la docenza nonostante la sentenza, prof risarcito con 180 mila euro

Niente cattedra dopo la sentenza del Consiglio di Stato (e altre precedenti del Tar), il prof viene risarcito con 180 mila euro, il tribunale gli ha riconosciuto il danno biologico. Si tratta del prof. Francesco Loperfido, associato di cardiologia all'Università Cattolica di Roma, collega iscritto a "Trasparenza e merito", che ha dovuto subire "continue tensioni emotive vissute per più di un decennio" e "un danno in giusto alla salute", per colpa dell'atteggiamento dell'Università di Bari, così scrivono i giudici in una nuova sentenza, pubblicata il 10 maggio 2019, i giudici del Tar, con parole che suonano come una vera e propria accusa contro l'Università di Bari e che devono essere da monito per tutti gli atenei che si sono comportati in questo modo, e ce ne sono tanti, come dimostrano le svariate segnalazioni all'Associazione. Ne parla oggi un articolo su "Repubblica" (ed. Bari).

L'ateneo di Bari ha dunque commesso "un fatto antigiuridico colposo, in parte doloso". Il concorso al centro del contenzioso è quello per un posto da ordinario in cardiologia bandito nel lontano 2002 e vinto inizialmente da un altro candidato (autore della denuncia che ha permesso alla Procura di far luce sul sistema dei concorsi truccati, con una commissione interna dall'Università, due pronunce del Consiglio di Stato in 12 anni di ricorsi e impugnazioni), ma in realtà secondo i giudici la vittoria spettava a Loperfido, il quale però - scrive il Tar - "non ha avuto la possibilità di ricoprire il ruolo di professore ordinario, come dovevasi, per acclarato merito".

Nella importantissima sentenza del 10 maggio i giudici del Tar di Bari hanno nominato un consulente tecnico ed hanno quantificato i danni che Loperfido ha subito, rilevando come "è indubitabile che il professore, educato per contesto familiare e sociale a un particolare rigore morale, formatosi in contesti di eccellenza con ottimi risultati professionali e per il carattere scrupoloso e osservante delle norme, non possa non aver sofferto in modo grave dell'ingiustizia prima soggettivamente percepita e poi oggettivamente accertata in giudizio". E che dunque "per la ripercussione che la vicenda ha avuto nell'ambiente lavorativo e sociale e per i numerosi anni di sofferenza patiti per i plurimi ricorsi presentati", il professore dovrà quindi essere risarcito dall'ateneo.

Come capite bene si tratta di un segnale importantissimo da parte della giustizia nei confronti degli atteggiamenti elusivi, omissivi, ritorsivi e illegali messi in atto da alcuni atenei nei confronti di chi, per senso della giustizia e senso civico, decide di denunciare. Questa sentenza fondamentale si aggiunge ad un'altra , altrettanto importante, emessa qualche giorno fa, il 16 maggio 2019, dalla Cassazione (a Sezioni Unite), la n. 13246, che recita così: "Lo Stato o l'Ente pubblico RISPONDE CIVILMENTE DEL DANNO cagionato a terzi dal fatto penalmente illecito del dipendente infedele anche quando questi abbia approfittato delle sue attribuzioni ed agito per finalità personali o egoistiche estranee a quelle dell'amministrazione di appartenenza, purché la sua condotta sia legata da un nesso di occasionalità necessaria con le funzioni o i poteri che il dipendente esercita".

Gli atenei sono avvisati: d'ora in poi non sarà più possibile l'impunità e farla franca di fronte a palesi ingiustizie perpetrate ai danni di docenti e colleghi coraggiosi che agiscono solo nell'interesse della collettività, rischiando la carriera e mettendo a rischio la tranquillità della propria vita, e per migliorare l'università.

Rimane una domanda, inevasa da tempo, e sempre più ineludibile alla luce delle recenti sentenze: è mai possibile che il Miur non controlli e non intervenga di fronte a casi di ingiustizie e abusi di lungo corso come questo? E' mai possibile che il Miur, il quale finanzia le università, finisca per far pagare alla collettività il danno commesso da alcuni singoli precisamente individuabili ?


Leggi l'articolo integrale su "Repubblica (ed. Bari)" del 21 maggio 2019

Leggi la sentenza del Tar di Bari del 10 maggio 2019

Leggi la precedente sentenza del Consiglio di Stato del 2014

Leggi la precedente sentenza del Tar di Bari del 14 marzo 2018

Leggi la sentenza della Cassazione del 16 maggio 2019




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