Il rettore Caputi attacca Agnese e la magistratura, anziché stare zitto

Non ci saremmo mai attesi scuse pubbliche o elogi e congratulazioni da parte dell’Ateneo di Chieti-Pescara a nome delle commissioni che hanno agito irregolarmente ma quanto meno il buongusto del silenzio. Il rettore, Sergio Caputi, perde l’occasione di dimostrare un po’ di serietà e buonsenso. Dopo il reintegro della ricercatrice Agnese Rapposelli, vincitrice di un posto da ricercatore (con “tenure track”) in Statistica economica dopo una sfilza di ricorsi vinti, sentenze positive e anni di contenziosi, sentite come ha commentato in un comunicato di risposta ad un articolo del Messaggero (ed. Pescara) dal titolo “Agnese, assunta dopo nove ricorsi”, pubblicato il 6 novembre 2021, e reso noto dallo stesso quotidiano. C’è da non crederci.

“Il rettore Sergio Caputi da un lato difende a spada tratta il suo ateneo e dall’altro ritrae la dottoressa Rapposelli come una “ricorrente seriale”. Senza risparmiare la magistratura: “Ormai sono i giudici a decidere come vanno fatti i concorsi. Se il tribunale si sostituisce ai commissari, noi subiamo queste situazioni ma ci atteniamo alla decisione - replica il rettore. La dottoressa Rapposelli è diventata famosa per i suoi tanti ricorsi, ora che l’ha vinto non capisco cos’altro voglia - ha concluso il rettore Caputi - Siamo contenti che questa vicenda si sia risolta. La dottoressa Rapposelli ha preso servizio, ha il posto che voleva”.

Alcune considerazioni sono d’obbligo.

Innanzitutto, il Rettore dimostra di non conoscere nemmeno gli atti. Agnese, infatti, non è stata assunta a seguito delle decisioni dei Giudici, ma è entrata in servizio come ricercatrice in Statistica Economica perché il vincitore iniziale, due volte confermato da nuove Commissioni nonostante le decisioni dei Giudici favorevoli ad Agnese, ha infine rinunciato, così dando luogo allo scorrimento della graduatoria in favore di Agnese.

Punto secondo. Le sentenze della magistratura si rispettano. I giudici non si sono affatto sostituiti alle commissioni di concorso ma le hanno semplicemente richiamate al rispetto del bando, dei criteri di valutazione, del regolamento e della legge. Nel caso specifico, inoltre, hanno inviato gli atti in procura, a dimostrazione della gravità delle irregolarità e delle violazioni commesse. Si tratta di un caso, quello di Agnese, sul quale stanno indagando contemporaneamente ben due procure (Chieti e Pescara).

Punto terzo. Caputi si è guardato bene, in tutti questi mesi, dallo spendere una sola parola sul comportamento del barone Benedetti, presidente della commissione del concorso incriminato.

Visto che il rettore fa il finto tonto, allora è necessario rinfrescargli un po’ la memoria. L’ “offerta politica” fatta ad Agnese da Benedetti per ritirare i ricorsi e fare carriera dentro l’università è l’emblema stesso di un "sistema di potere" che agisce con dinamiche che non hanno nulla a che vedere con la scienza, con la cultura, il merito, la competenza ma piuttosto con l’affiliazione, l’amicizia, il favoritismo, l’appartenenza, la gerarchia. L’ “offerta” è fatta da parte del mondo accademico, del sistema di potere, che Benedetti in quel momento rappresenta. Un linguaggio deteriore, autoreferenziale, umiliante, paternalista, maschilista, sessista (aspetti che caratterizzano i rapporti di potere nell’università ma più in generale direi nella società italiana), che denota l’assoluto disprezzo per la legge, dovuto all’arroganza e alla certezza di impunità. Giustizia che negli atenei non può e non deve dunque entrare perché il “sistema di potere” sarebbe più forte della legge stessa, almeno nella visione e nel linguaggio dei baroni. Il bando viene concesso e proposto da Benedetti ad Agnese come se non fosse pubblico, ed ecco che viene fuori l’aspetto gravissimo dell’illegalità, che spetterà alla magistratura stabilire o meno, si spera quanto prima. Facciamo notare al rettore che già una precedente commissione di concorso che aveva giudicato Agnese in modo irregolare era stata rinviata a giudizio per abuso di ufficio ma era stata “graziata” solo a seguito della parziale depenalizzazione del reato (mediante decreto), con una violazione certa che era già stata ben motivata dalla Procura.

Sia chiaro: Benedetti prima, Caputi poi, ritengono che l’ingresso di Agnese nel mondo accademico sia un favore personale, una concessione, una grazia da accordare, e non un diritto conquistato a seguito di una comparazione scientifica fondata sul merito e confermata dalle sentenze dei tribunali. Evidentemente hanno entrambi le idee un po’ confuse sulla Costituzione (art. 97) e sulla Legge Gelmini (n. 240/2010).

Sull’atteggiamento deplorevole di Benedetti, Caputi non ha fatto un solo commento. Riportiamo le sue parole, pubblicate su Repubblica, “è ben ovvio che in qualsiasi occasione io ti posso andare contro, lo devo fare, perché tu mi stai creando dei problemi”. Dalle nostre parti questa si chiamano minacce e nemmeno troppo vaghe o velate. Invece su Agnese, nonostante il dipartimento abbia votato all'unanimità la sua chiamata, dopo lo scorrimento in graduatoria, il rettore ha ritenuto di commentare, probabilmente per dare un segnale di tenuta e appoggio al sistema di potere – attaccando la parte più debole, cioè la ricercatrice precaria che ha subito l’ingiustizia (perfino la ministra Messa le aveva dato solidarietà ) e che agli occhi del sistema avrebbe avuto la grave colpa di aver semplicemente fatto ricorsi, suscitato le sentenze, messo in discussione l’autorità e la gerarchia dei baroni e del sistema di potere, e chiesto ai giudici di ristabilire la legalità in quel concorso. Non c’è nulla di più sgradevole e pietoso che schierarsi dalla parte del più forte (il docente ordinario) ed attaccare la vittima sacrificale. Il rettore, piuttosto che dei “ricorrenti seriali”, si preoccupi dei tanti truccatori seriali di concorsi nel suo ateneo (sempre da Repubblica: “ci sono più bandi davanti per accontentare chi ci sta: tre posti in statistica e uno in statistica economica”) e, più in generale, nell'Università italiana.

Ricordiamo che, attenendosi alla legge 240/2010, ai regolamenti interni, ai codici etici, in vigore all'università, un docente di un ateneo può essere soggetto a procedimento disciplinare (promosso dal rettore, verificato dal collegio di disciplina e comminato dal consiglio di amministrazione), qualora tenga un comportamento, diciamo, fuori dalle righe. Facciamo presente, a questo proposito, il recente provvedimento disciplinare comminato ad un docente dell'Università di Siena per aver usato turpiloquio pubblico nei confronti di una personalità politica. Tenuto conto del surreale comunicato del rettore, e dell’atteggiamento da questi tenuto sulla vicenda di Agnese, dapprima pilatesco, poi infine perfino di accuse nei confronti della vittima e di attacco alla magistratura, chiediamo che lo stesso rettore, preso da un sussulto di dignità, disponga l’avvio di un procedimento disciplinare nei confronti di se stesso.