Il Presidente del Tar: "Per l'università meglio tornare alle selezioni nazionali"

L'intervista al Presidente del Tar Genova Giuseppe Caruso, pubblicata su "la Repubblica" (ed. Genova).


«Io credo che quanto accada nell'università di Genova come nel resto d'Italia sia frutto dei concorsi locali in cui ogni professore cerca di ottenere il proprio allievo. Con selezioni nazionali come accadeva un tempo si potrebbero evitare molte tentazioni…». Nel marzo del 2021 il presidente del Tar Giuseppe Caruso sottolineava l'alta conflittualità fra docenti e ricercatori nell'ateneo genovese, e a proposito delle procedure aggiungeva: «Qualcosa nella macchina non funziona». Un anno dopo non solo gli scontri per le cattedre continuano a ingolfare i tribunali amministrativi ma il Dipartimento di Giurisprudenza investito da un'inchiesta penale in cui i vertici della stessa facoltà e molti cattedratici sono indagati con l'accusa di aver pilotato bandi per assegnisti, docenti, incarichi vari. Allora presidente Caruso, un anno dopo la situazione pare incancrenita.

«Non posso né voglio occuparmi di queste vicende specifiche di cui stanno scrivendo i media. Per credo di poter dire qualcosa su questo sistema, evidentemente problematico, vista la mia esperienza non solo a Genova ma al Tar Lazio, dove si trattano i ricorsi per le abilitazioni nazionali dei professori universitari. Il loro, come quello dei magistrati o dei notai, un microcosmo assai particolare. Esiste la tradizione accademica nella quale il maestro porta in cattedra il suo allievo, che non di per sé un fatto negativo ma…»

"In passato c’era anche un’emigrazione dei docenti che era salutare. A livello locale le pressioni sono troppe"

Ma? «Lo può diventare quando questa pratica non riesce a coniugarsi con i principi di piena partecipazione ai concorsi, corretta valutazione, giusta competizione. Insomma se ci sono altri candidati più bravi dell’allievo, allora devono prevalere». E come lo si può garantire alla luce di evidenti pressioni, ostacoli, baratti non solo genovesi? «Credo ci sia stato un errore fondamentale. Un tempo non c’erano singoli concorsi delle singole università. Il Ministero faceva un censimento delle cattedre da assegnare e si faceva un concorso nazionale. Su 200 posti non può esserci la pressione che c’è, in sede locale, su uno solo,

atteso magari da anni. Con il bando nazionale poi emergono davvero i migliori che possono scegliere la destinazione, un po come avviene per le specialità degli studenti di medicina. E in questo modo, parlo dei miei tempi, una volta emergeva che so, la scuola sarda e la volta dopo quella piemontese, insomma cera pi equilibrio e maggior garanzia di rispetto della qualità».

Perché non si può tornare a questo sistema?

«Perché esiste il tema dell'autonomia universitaria che, chiaramente, con i bandi nazionali verrebbe meno. I fini giuristi potrebbero inorridire di fronte alla mia proposta, però si eviterebbero molte disfunzioni».


"Un tempo non c’erano prove riservate dei singoli atenei. Il ministero faceva il censimento delle cattedre da assegnare"


Lei ne vede parecchie.

«Guardi, sono criticità che si manifestano in tutte le università. A partire da quegli atenei dove scopri che sono tutti parenti. E tecnicamente non c'è niente di male, perché la legge lo consente. Ma con una selezione nazionale anche i vincoli di sangue si annacquerebbero. Io comunque, in base alla mia esperienza personale posso dire che i ricorsi aumentano mentre prima praticamente non esistevano. E c'era anche un'emigrazione dei docenti, come avviene ad esempio per i magistrati, che era salutare perché magari si creava una scuola con gli allievi di un docente di Milano trasferiti a Napoli. Invece, oggi, ho trovato situazioni in cui per bloccare la nomina di un allievo in una università c'erano professori che intervenivano da atenei distanti centinaia di chilometri per bloccare i candidati che potevano infastidire. Tutto questo in un sistema di scambio di favori che anche tipico di noi italiani».

Non c'è speranza quindi?

«Mah, io credo che se qualcosa può e deve cambiare la prima spinta debba arrivare proprio dal mondo accademico, intervenendo sull'autonomia o in qualche altro modo, ma qualche aggiustamento va fatto per evitare il ripetersi di queste situazioni».


Leggi l'intervista (pdf) su "la Repubblica" (ed. Genova) del 8 maggio 2022