Il potere accademico

Un articolo di commento sulle recenti inchieste che hanno per oggetto il potere accademico nelle università, scritto da Giacinto Cerviere, laureato in Architettura all’Università Federico II di Napoli e dottorato in Composizione architettonica, e pubblicato su "la Repubblica" (ed. Genova).


"Il 3 maggio sulla sezione di Repubblica Genova è apparso un articolo del linguista Vittorio Coletti che trattava del recente scandalo dei concorsi truccati alla facoltà di Giurisprudenza. Il professor Coletti ha espresso varie considerazioni, addentrandosi nell'ultima parte del testo in una classica disamina di una realtà accademica a suo dire sostenibile, che ha gli stessi fisiologici vizi di molte altre categorie su cui la magistratura sta da qualche anno intensificando le indagini, fatti gravi che hanno portato la ministra dell'Università e della Ricerca, Maria Cristina Messa, a decidere di affrontare la questione nei prossimi giorni direttamente con la presidenza del Consiglio. Coletti, nello specifico traccia l'abituale linea minimizzatrice affermando che i ricorrenti non sempre sono dei geni e i vincitori “dei raccomandati o dei figli di papà”. Opportuno ricordare a Coletti che il tasso di nepotismo nell'università italiana è notevole e misurabile. Ne è la riprova lo studio Proceedings of the National Academy of Sciences del 2017 di due ricercatori dell'University of Chicago Stefano Allesina e Jacopo Grilli dove, tuttavia, all'ottima ricerca basata sulla frequenza statistica di alcuni cognomi sfuggono peraltro i casi di professori assunti figli di madri docenti (e che quindi posseggono cognomi diversi). Un capitolo a parte, sconcertante, è quello dei coniugi che lavorano nello stesso dipartimento. Fu vietato dalla Legge Gelmini ma il vincolo fu aggirato nel 2019 da un'acrobatica sentenza della Corte Costituzionale che ha considerato i professori sposati non legati da un rapporto di parentela (!). Inoltre Coletti forse non è al corrente che esporsi con un ricorso per un candidato vuol dire decretare la sua sicura morte accademica (qualcosa di vergognoso solo a pensarci possa verificarsi in un Paese democratico e civile), oltre che lottare per anni a preparare costosi ricorsi ai Tar che vengono il più delle volte prontamente rimbalzati o elusi dai dipartimenti. Inoltre Coletti afferma che “chi vince è spesso il migliore o quanto meno uno che non demerita”. Probabilmente non ha ascoltato quello che frequentemente alti vertici dell'università intercettati si dicono al telefono, dialoghi ormai di dominio pubblico.

Coletti continua con questo tono, giustificando le assunzioni dei candidati interni e locali con il fatto che sono già candidati conosciuti dai dipartimenti. Dimentica che chi fa entrare un candidato da precario con un piede è perché spesso ha l'obiettivo di far entrare anche l'altro suo piede (un espediente che tutti conoscono). Coletti è tuttavia consapevole che il sistema non regge più quando dice che sarebbe ora di abolire i concorsi all'italiana, ma non spiega in che modo l'università debba essere riformata (...) L'analisi che bisognerebbe affrontare (e che una personalità come Coletti a mio avviso dovrebbe ben inquadrare per non arrivare a veloci conclusioni), è che l'università in Italia è di fatto intoccabile dalla politica, di cui spesso si serve ampiamente per stabilizzare il proprio potere. Anche i partiti più radicali, che hanno manifestato nei loro recenti programmi l'intenzione di voler mettere mano alle storture accademiche e di voler limitare il potere delle baronie, sono di fatto inattivi una volta che si posizionano nei luoghi decisionali poiché veicolati (consapevolmente o no) da mini-lobby interne di provenienza accademica (...)"


Leggi l'articolo (pdf) su "la Repubblica" (ed. Genova) del 10 maggio 2022