Il Fatto: "Miliardi e masso-mafie nelle nostre università"

L'intervento di Giambattista Scirè* dal titolo Miliardi e masso-mafie nelle nostre università pubblicato sul "Fatto quotidiano" del 27 luglio 2022


*Amministratore e responsabile scientifico di

Trasparenza e Merito. L'Università che vogliamo



"L'ampia tenuta chiamata “fondo d'Orléans”, un'area di grande pregio botanico e interesse storico, era destinata all'espansione urbana e per l'Università di Palermo costituiva, nel 1954, un eccellente investimento. Si trattava però di un'area agricola presa in affitto da mafiosi, dei quali non fu facile sbarazzarsi. Lo ha ricordato lo storico Paolo Viola nel libro Oligarchie. Nel 1965, infatti, in commissione antimafia, Li Causi denunciò i vertici dell'ateneo palermitano, in particolare il rettore (ch'era presidente di banca), “gran signore proveniente da famiglia mafiosa, capace di umanizzare ciò che non era umano”. Direte voi: altri tempi.

Quando nel 1998, all'Università di Messina, venne ucciso Matteo Bottari (morte preceduta da una serie di attentati e compravendite di esami), le presenze mafiose godevano di coperture ventennali, radicatesi nel tessuto dell'ateneo. Una vera e propria rete tentacolare, con presenza di docenti universitari, soprattutto medici (ma non solo), professionisti della sanità, industriali e farmaceutici, gruppi studenteschi di estrema destra. Significative, all'epoca, le parole del procuratore Vigna: “un delitto di mafia, ma anche di tanti soldi e di affari”.

Penserete: vabbè, era il secolo scorso. E oggi?

Come ha ben evidenziato lo storico Franco Barbagallo in Modernità squilibrata: “La criminalità organizzata non è affatto esterna o antitetica ma sta ben dentro lo Stato, da quando si sono intrecciati profitti nei settori degli appalti pubblici, con comportamenti tipici del sistema politico italiano, cioè la forma assistenziale-clientelare”. È uno scenario in cui risultano sempre più stretti gli intrecci tra criminalità mafiosa, corruzione e colletti bianchi.

L'Università, infatti, proprio come la Sanità, ha da sempre rappresentato un settore che smuove ingenti risorse economico-finanziarie con progetti e concorsi. A maggior ragione da quando, dopo la “legge Gelmini”, l'autonomia crescente, divenuta far west, ha trasformato le istituzioni universitarie in aziende. Inoltre c'è sempre stato nella storia d'Italia un legame inscindibile di scambio reciproco di favori tra mondo politico e accademia.

Adesso che negli atenei stanno arrivando, a pioggia, ingenti fondi del PNRR, forse qualcuno potrebbe farci un pensierino. Soprattutto perché nessuno osa dire ai cittadini che nel Tempio accademico potrebbero infiltrarsi gruppi criminali. Le falle, le crepe del sistema universitario dove si annidano queste possibilità di infiltrazione, invece, ci sono eccome.

Nel 1982, Giuseppe D’Urso, docente di urbanistica dell’ateneo di Catania, coniava il termine “masso-mafia” per descrivere l’esistenza di una serie di interconnessioni tra i vari poteri, le istituzioni, l’imprenditoria, la politica, la grande stampa, parte della stessa magistratura e, ovviamente, l’università, tenute insieme da logge massoniche deviate. Il concetto è stato testato di recente da alcune importanti inchieste in Calabria del magistrato Gratteri. Il giudice Davigo, paragonando il reclutamento universitario al sistema degli appalti pubblici con la cooptazione clientelare, ha ricordato come si tratti di “una patologia grave e pervasiva che sta cagionando seri danni all’Italia, spingendo le migliori intelligenze e le persone di carattere a emigrare all’estero”.

Nel 2019 il procuratore di Catania, Zuccaro, di fronte al modo in cui la governance dell'ateneo catanese era gestita (i concorsi truccati, gli “stronzi da schiacciare”, i “pizzini” per eleggere il CdA e tanto altro) ha parlato di metodi e linguaggi tipici delle associazioni mafiose, cioè la stessa identica “cultura della forza e del ricatto”.

Una recente inchiesta sui falsi esami all’Università della Calabria dimostra come gli uffici amministrativi e gli operatori informatici, cioè coloro che operano sul sistema di verbalizzazione e sui dati sensibili, rappresentino un elemento da tenere sotto stretta sorveglianza. Stando ai bene informati, nell’ambiente degli atenei, il servizio di gestione telematica viene definito una sorta di “bancomat” dei servizi segreti. La gestione degli appalti, il ruolo dei direttori generali sono altrettanti punti dolenti.

La “masso-mafia” che ha agito in alcune università gode, purtroppo, di protezioni e coperture a un livello alto della politica e delle istituzioni. Si potrebbe parlare, senza scomporsi troppo, di mafia di Stato.

Perché essa non è stata estirpata? Semplice. Perché chi dovrebbe esercitare il ruolo di controllo e dovrebbe contrastarla sono le istituzioni, che però in realtà, per farlo, dovrebbero sradicare sé stesse."


IL FATTO QUOTIDIANO © 27 luglio 2022


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