Il Fatto: "L'università italiana ostaggio del "nepotismo e camorrismo"

Aggiornamento: 18 set

L'intervento di Giambattista Scirè* dal titolo L'università italiana ostaggio del "nepotismo e camorrismo" pubblicato sul "Fatto quotidiano" del 14 maggio 2022


*Amministratore e responsabile scientifico di

Trasparenza e Merito. L'Università che vogliamo


"Da quando è esistita l'università pubblica, a partire dall'unità d'Italia, le regole dell'autonomia e della cooptazione non sono mai state messe in discussione. Il patto di ferro tra politica e accademia ha garantito, in un rapporto fatto di scambio di favori, il sistema di conservazione. Elevatissimo è stato il numero di accademici presenti nelle segreterie dei partiti, nelle commissioni parlamentari, nei ministeri (basti dare uno sguardo alla vecchia Navicella). Così come innumerevoli sono stati i candidati imposti ai concorsi, tutti predeterminati, con logiche di pressione politica (basti controllare verbali d'ateneo e decreti rettorali).

Al 1958 risale il grande “regalo” del governo all'accademia, con il riconoscimento ai docenti della inamovibilità dell'ufficio. Dagli anni '80 in poi la politica ha aumentato l'autoreferenzialità accademica, stabilendo la triplice autonomia didattica, amministrativa e finanziaria, e limitando il ruolo di controllo del ministero (la “Ruberti” 1990, la “Berlinguer” 1998, la “Gelmini” 2010). Tutte false riforme che hanno finito con l'accentuare il potere locale dei dipartimenti e quello dei “baroni”, depotenziando il ruolo dei ricercatori e rendendoli più precari (quindi servi).

Oggi l'accademia è divenuta un fortino asserragliato dall'opinione pubblica, dalla magistratura, dalle inchieste giornalistiche. I tanti scandali ai concorsi tratteggiano un “sistema di potere” che usa risorse pubbliche per fare interessi privati e che agisce con modalità mafiose. C'è chi arriva a chiedere, ponendosi fuori dalla Costituzione (art. 97), una maggiore autonomia, istituzionalizzando la cooptazione. “I migliori ce li scegliamo noi senza concorso”. Qualcuno, tra i docenti, arriva a dare del folle a chi osa mettere in discussione l'autonomia, trasformatasi in arbitrio, anarchia, illegalità.

Era forse matto il Croce (“La Voce”, 4.3.1909) quando sosteneva che all'università non si tratta di autonomia ma di “camorra, mafia o teppa”, “l'università ha tradizioni liberali e non corporative; e il solo sistema universitario, che le si confaccia, è quello dei concorsi”!

Era un forsennato il Prezzolini (“La Voce”, 2.6.1910) quando definiva l'autonomia come “la giustificazione del nepotismo e del camorrismo universitari, smanioso di aumentare i loro privilegi”? Era fuori di sé il Papini (ibidem) quando diceva: “Se proprio volete l'autonomia ve la daremo con tutto il cuore, ma economica, con tutti i rischi della concorrenza, in modo da obbligarvi a spender bene i denari, se non vorrete veder diminuire le entrate. Ma nessuno, per Dio, vorrà mai darvi il permesso di fare quello che volete soltanto voi coi quattrini di tutti”!

Era un pazzo il Gramsci (“L'Avanti!”, 29.12.1916) quando ricordava che l'università italiana, a differenza di altri paesi, non esercita “nessuna funzione unificatrice” perché in mano a “una noiosissima caterva di saputelli”?

Era forse pericoloso il Salvemini (“La Voce”, 3.1.1909) quando scriveva che “professori ufficiali all’Università di Napoli sono degli affaristi” e che “in tutto il paese la corruzione sprofonda in una fetida palude di anarchia morale, dove grandissima responsabilità tocca ai professori, che hanno lasciato che l'università funzionasse come una scuola superiore di mala vita”?

Era un sabotatore il Codignola (“Il Ponte”, 5-6, 1971) quando, contro l'autonomia dell’ope legis per promuovere gli amici, ricordava che “la battaglia contro i fortilizi della vecchia corporazione universitaria è ancora da vincere”?

No, affatto. Erano solo fior di pensatori indipendenti, capaci di fottersene degli sconci interessi di accademia-massoneria-politica, pensando ad una università ideale a servizio del cosiddetto popolo (per la sinistra) e della nazione (per la destra). Della cittadinanza, diremmo noi. Pensatori che, ahimè, salvo qualche rarissimo caso, oggi non esistono più."


IL FATTO QUOTIDIANO © 14 maggio 2022


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