Fenomenologia dei concorsi universitari: ogni vincitore è predeterminato, ogni procedura è pilotata

Quando la realtà (delle intercettazioni) supera la fantasia.

Oggi vi rendiamo noto quello che nessuno vuole dire, quello che la stampa non scrive mai fino in fondo, quello la tv non dice. Quando si parla di irregolarità e reati all'università si tende sempre a minimizzare, per una sorta di timore reverenziale verso il sapere e la scienza. Ebbene non è così, l'onestà, il rispetto delle regole e della legge, la moralità, viene prima di qualsiasi sapere infuso.

Come ha ben descritto, di recente, un servizio straniero di una radio tedesca a proposito del reclutamento e dei concorsi nelle università italiane, e quindi con una valutazione imparziale e obiettiva, si tratta di un sistema di corruzione molto esteso che coopta solamente persone non invise al sistema stesso, allievi, collaboratori, parenti o amici stretti di chi detiene le fila di tutto, i cosiddetti "baroni", cioè a dire docenti molto potenti capaci di decidere sulla vita e sulla morte professionale, lavorativa dei colleghi. Si fa riferimento alla massoneria, collegata alle diverse scuole accademiche. Questi soggetti si dividono tutto, fondi, concorsi, bandi, appalti, servizi.

Vi ricordate le intercettazioni dell'inchiesta "Chiamata alle armi" cioè "Universitopoli", iniziata anni fa, proseguita con articoli sui giornali, le interdizioni dei docenti e culminata di recente con il rinvio a giudizio per corruzione?

All'epoca, in una cena tra docenti di diritto tributario, avvenuta nel giugno del 2014 in un ristorante di Roma, un ex ministro nonché docente aveva parlato ai colleghi della necessità "di trovare persone di buona volontà", che "ricostituiscano un gruppo di garanzia che riesca a gestire la materia dei futuri concorsi". Il docente definiva questo gruppo, seppur scherzosamente, "la nuova cupola", nell'intento di fare in modo che le future idoneità all'abilitazione scientifica nazionale nell'università italiana fossero gestite, non di volta in volta dai singoli commissari, ma da un "gruppo di garanzia". La regola era quella del "do ut des" ovvero dello scambio di favori tra commissari, una sorta di patto, di accordo per scambiarsi reciprocamente i voti e favorire i candidati "sponsorizzati" da ciascuno. Questo avveniva con la concessione dell'idoneità, in modo tale da poter "piazzare" ogni singolo candidato idoneo poi al concorso locale che veniva chiamato dal singolo ateneo, ma era tutto già deciso e predeterminato. "Non è che non sei idoneo... Non rientri nel patto", questa la frase, secondo quanto si legge nelle carte di quell'inchiesta, oppure ancora "Non sei nella lista", affermava un docente durante il colloquio, invitando il ricercatore a ritirare la candidatura all'Asn e spiegandogli che non sarebbe stato comunque scelto. "Non siamo sul piano del merito", spiegava, "ognuno ha portato i suoi". Il docente accusava poi il ricercatore di non rispettare "il vile commercio dei posti". E infine ancora, per dare una nota di colore, "non fare l'inglese", il che la dice lunga sulla tipicità tutta italiana di questa prassi descritta così bene da quelle intercettazioni.

Ora, attraverso l'intreccio delle intercettazioni pubblicate in queste settimane sui giornali ("La Nazione", "Corriere fiorentino", "Repubblica Firenze") di una nuova inchiesta, sempre portata avanti dalla procura di Firenze, stavolta per il settore di medicina, vi raccontiamo come funzionano i concorsi per docenti e ricercatori negli atenei italiani: la loro fenomenologia.

Questa inchiesta è ancora in fase di svolgimento, ma ha già portato alla conferma di interdizione da parte del giudice, come accadde all'epoca, per alcuni docenti. In questo caso il reato contestato è turbativa di procedimento, cioè del concorso pubblico, che viene puntualmente predeterminato e pilotato.

Come sappiamo bene noi di "Trasparenza e merito", dalle tantissime segnalazioni che ci arrivano da tutti gli atenei, da tutti i settori scientifico disciplinari, con i nomi dei vincitori prima dell'esito dei concorsi, confermati puntualmente nel 99% dei casi.

Confortati dalle considerazioni dei giudici, vale la pena di osservare che si tratta di metodi e prassi che scardinano alla radice il sistema del pubblico concorso e il principio della astratta predeterminazione dei criteri selettivi, affidati alla imparzialità dei commissari. Pertanto, il quadro che emerge dalle intercettazioni, dimostra che le finalità siano ben diverse da quelle che dovrebbero orientare la scelta del più razionale e utile impiego delle risorse pubbliche in vista della individuazione dei migliori studiosi.

In queste intercettazioni la violazione delle norme di legge appare evidente: il concorso viene costruito e pilotato su un candidato individuato e scelto fin dall'inizio. Che poi si tratti di un docente, di uno studioso o, più in generale, di un professionista eccellente non può far venire meno l'irregolarità dell'operato dei soggetti coinvolti, a meno di modificare le norme che disciplinano la chiamata del personale attraverso pubblici concorsi.

Come abbiamo letto sui giornali dalle intercettazioni, accade che ancora prima che siano noti i nomi dei candidati al concorso, il nome del candidato predeterminato come vincitore viene indicato da alcuni futuri commissari della commissione come concorrente. Ma si tratta anche di far capire al predestinato che "tutti dobbiamo essere parte di un progetto…noi portiamo avanti un progetto che senza di te non c'è", e ancora "qui c'è stata una esposizione di persone". La conferma che si tratti di un gioco ad incastri, per cui se vince in un posto tizio, allora si libera un altro posto per caio, in un ateneo piuttosto che in un altro, è data da vari passaggi riportati dai giornali, ad esempio: "Nel senso che tutto è legato a che cosa succederà al concorso a Firenze…". Ora, ai sensi dell'art. 7 del regolamento dell'ateneo fiorentino per la chiamata dei professori di prima e seconda fascia, i commissari nominati devono determinare i criteri di massima in ordine alla valutazione delle pubblicazioni e dei curricula riferiti sia all'attività scientifica che quella didattica dei candidati, attenendosi ai criteri del bando e del decreto ministeriale. Poi i criteri vengono pubblicati sul sito dell'ateneo e decorsi sette giorni la commissione prosegue i lavori che devono concludersi entro un periodo preciso. I commissari, in questo caso, - come sottolineano gli articoli con l'anteprima delle intercettazioni - prima di individuare i criteri attendono di avere conferma della disponibilità del vincitore predeterminato a partecipare al concorso. Avvengono incontri, telefonate, a Firenze. Uno dei docenti intercettati chiarisce la prassi: "su questi concorsi dove noi non abbiamo un professore ordinario che possa entrare in commissione, noi… è evidente, è brutta la parola gestire, ma…diciamo…stabilire un vincitore… e ancora "è importante, sono importanti i titoli, però poi ci sono altre cose importanti da considerare, tipo il carattere, la personalità, se uno è in grado di… diciamo, rappresentare quella figura specifica di cui abbiamo bisogno, sicché un concorso non si esaurisce nel valutare diciamo" e chiude "se poi le cose non vanno come dovrebbero andare bisogna chiedere conto a chi ha preso degli impegni, no?".

In altre parole, posto che non si tratta di promuovere la carriera di un interno, che può essere agilmente pilotata, trattandosi di valutare un esterno è necessario che qualcuno garantisca il risultato utile e questa "garanzia" può darla il membro della commissione che sceglie gli altri due e che rappresenta il veicolo attraverso il quale viene assicurato il vincitore già predeterminato.

I commissari, infine, si sentono tra loro per determinare i criteri della valutazione dei titoli e delle pubblicazioni in modo da far sì che non ci siano problemi affinché vinca chi deve vincere.

Ed il gioco è fatto. Addio concorso pubblico, addio imparzialità: tutto viene pilotato da logiche di interessi personali e privati che nulla hanno a che fare con il merito, la trasparenza, la legalità.




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